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 manifesto 6 febbraio

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AutoreMessaggio
zakunin
Admin


Numero di messaggi : 51
Data d'iscrizione : 16.11.07

MessaggioTitolo: manifesto 6 febbraio   Gio Feb 07, 2008 1:59 pm

Citazione :
Reportage
Suicidi e sbarre, un carcere da pazzi
Nell'opg di Aversa, ultima spiaggia per i «matti pericolosi» che nessuno vuole
Francesca Pilla
Aversa

Massimo piange come un bambino, si rannicchia in un angolo, le sue urla sono profonde e roche. Sbatte la testa contro il vetro del reparto in cui è chiuso da anni. Una, due, tre volte. Non si spacca perché è infrangibile. Ha una crisi. Le guardie penitenziarie lo guardano, tentano di calmarlo con le parole, gli infermieri non intervengono, non è grave, la cura è già stata somministrata. In questi casi solo il medico di turno può decidere se propinare altri calmanti o, nel peggiore dei casi, costringerlo in un letto di contenzione, mani e polsi legati, imboccato e con un buco per cacare. Può restare così per giorni. Non questa volta, lo chiudono in gabbia. «Aspettiamo che gli passi - spiega una guardia - sono settimane che va avanti così. Si è innamorato di un compagno di cella, li abbiamo dovuti dividere». Viene spontaneo chiedere se fosse un amore corrisposto, la risposta è il riassunto della vita quotidiana in carcere: «Macché - sorride il secondino - qui si vendono per una sigaretta».
Questo è l'Opg di Aversa, metà carcere metà manicomio, dove sono ricoverati gli autori di reato prosciolti per «incapacità di intendere e di volere», ma con perizia di «pericolosità sociale». Quello che resta del dopo Basaglia, la desolazione, perché se i manicomi sono stati chiusi per legge l'integrazione non c'è stata. I matti non li vuole nessuno e l'ultima spiaggia si chiama Ospedale psichiatrico giudiziario, che pure con la legge Basaglia non c'entrano. Ma le case famiglia non sono mai decollate, le Asl territoriali che dovrebbero prenderli in cura li rifiutano, i parenti li scaricano. Anzi spesso sono proprio le famiglie a denunciarli e se riescono a «rinchiuderli», bingo, non vengono più a riprenderli. Così se in genere la detenzione va da 3 a 12 anni, ed è revocabile in caso di «guarigione», in realtà quando varchi la soglia di un Opg (solo 6 in Italia) non ne esci più.
Eccoli gli ergastolani «bianchi», nella Filippo Saporito sono 360, la struttura potrebbe accoglierne al massimo 150. Tre suicidi in trenta giorni nel 2006, due nell'ultimo mese. Il 4 e il 31 gennaio due ragazzi sulla trentina si sono impiccati per lo stesso motivo, erano usciti dall'inferno con l'obbligo di firma, ma sono «ricaduti» nella rete.
«Telefono ogni giorno alle Asl, perché la maggioranza dei malati potrebbe tranquillamente uscire, ma nessuno li vuole», spiega Adolfo Ferraro, il direttore che nell'istituto ci è praticamente cresciuto professionalmente, ogni giorno facendo una scommessa sul suo lavoro, sulla possibilità di cambiare le cose. «Sono nel deserto con una struttura che potrebbe far fronte a meno della metà dei pazienti attualmente internati». I numeri parlano da sé: un solo educatore ufficiale, due in licenza finale, due psicologi di ruolo, psichiatri a turni, 40 medici e infermieri, mentre i poliziotti sono 150. «Non dispongo nemmeno di un vicedirettore», commenta Ferraro. E se la «buona volontà» aiuta, la mission di un Opg dovrebbe essere la cura, non la repressione. Nonostante i laboratori, il teatro, la pet therapy, la ceramica, il cineforum, questo è e resta un carcere. L'area verde di 8.000 metri quadri popolata da germani reali, anatre mute, oche del campidoglio, con un piccolo stagno e l'agrumeto si scontrano con le torrette di controllo, il muro invalicabile, le grosse porte in ferro che si chiudono sbattendo dietro le tue spalle.
Giuseppe Palazzesi è uno dei protagonisti dell'Aspettando Godot andato in scena con i malati di Aversa a metà gennaio al teatro Galleria Toledo. Sguardo lucido, rughe profonde, dita gialle, sorriso a tre denti. Qui «risiede» da 13 anni, è stato in una casa famiglia per 7 mesi, poi ha litigato con i coinquilini e l'hanno rispedito indietro. «Sto per uscire - dice a tutti - tra poco mi chiamano. Voglio andare a lavorare e tornare nel mondo, non mi riporteranno più qui dentro». Ha 53 anni, ha subito violenze dal padre quando era piccolo e nessuno ha il coraggio di dirgli che i cancelli per lui non si apriranno, né oggi, né domani. E' stato rinchiuso per aver rotto un telefono alla stazione Termini di Roma.
C'è silenzio e pulizia nei viali alberati, dietro le sbarre c'è una ragazza bionda con lo sguardo nel vuoto. Cristina è un transessuale, per ovvie ragioni in un istituto maschile, vive in un reparto isolato. «Potete tenermi qui per sempre, tanto fuori non c'è nessuno che mi aspetta», ha detto appena messo piede nella Filippo Saporito. Ha rubato un'autoambulanza mentre era in preda al delirio, un punto d'arrivo dopo diversi passaggi in carcere e una violenza sessuale da piccolissimo alla base.
Storie su storie, ognuna degna di attenzione, con dignità anche per chi si è macchiato di gravi delitti. Ma qui si perdono in un labirinto costipato, zeppo di uomini accatastati, tra fumo e medicine. Come quella di Alfredo Gioffruà, lo psichiatra che - come diceva Basaglia - è andato troppo lontano e si è rotto. Nel 2003 a Milano ha ucciso con una balestra un collega, ora vive con quelli che prima curava. Appena arrivato rifiutava le cure e teneva un lista di psichiatri da uccidere una volta uscito dall'Opg. C'era lo stesso direttore Ferrara. Ora sta «bene», ma gli sarà mai permesso di tornare in libertà quando gli stessi colleghi milanesi si sentono più sicuri a tenerlo dentro?
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